Lug 18

Storia

Il volto dell’odierna basilica del S.S. Salvatore è il risultato di una storia di oltre Milletrecento anni.
L’intera vicenda storica artistica spirituale e umana, che dura fino ai nostri giorni, inizia durante il regno di Ariperto Re dei Longobardi fra il 653 e il 661.

Ariperto fonda "sull’altura non lontano dalla confluenza del Navigliaccio col Ticino, quasi in riva al fiume ma in posizione elevata, in mezzo alla campagna a poca distanza dalla cinta muraria" (Paolo Diacono, Storia dei Longobardi) l’oratorio e luogo di sepoltura della famiglia reale.
La dedicazione dell’edificio al Signore Salvatore è importante perché implica il riconoscimento della natura divina di Gesù Cristo e anticipa di fatto di un decennio l’adesione ufficiale al Cattolicesimo della monarchia longobarda di fede ariana. Il mausoleo venne decorato e dotato di adeguate sostanze e si suppone che ben presto vi sia sorto accanto anche un monastero con la funzione di custodire l’edificio sacro e le tombe.

Nei secoli a seguire San Salvatore resistette sempre più faticosamente al succedersi dei violenti avvenimenti politici e militari che coinvolsero la città di Pavia, fino a che il sacco degli Unni del 924 costrinse i frati ad abbandonare il convento alla rovina. La rinascita avviene per volontà della regina Adelaide - moglie di Lotario Re d’Italia e poi di Ottone I Imperatore del Sacro Romano Impero - che rifondò completamente chiesa e convento.
Adelaide era principessa di Borgogna e il suo legame con quella terra si tradusse nel ricorso all’aiuto di Maiolo abate del monastero benedettino di Cluny dal 954 promotore della riforma che si prefiggeva di ripristinare la regola originaria di San Benedetto (preghiera, studio, lavoro, sobrietà di vita). Maiolo provvide alla riorganizzazione della vita monastica e Adelaide offrì le sostanze necessarie per il rifacimento della chiesa e del convento dotandolo di poderi comprensivi di abitazioni, rustici e terreni (e relativi privilegi) in numero ingente fra i quali, oltre ai terreni in prossimità dell’abbazia, ricordiamo almeno Corteolona, Garlasco, Siziano, i possedimenti del piacentino, nel tortonese, a Novara, ad Alessandria, a Milano, a Voghera.
Maiolo accettò la richiesta di Adelaide sulla scorta delle medesime garanzie d’indipendenza che regolavano l’abbazia-madre di Cluny: ovvero che nessuna persona o istituzione politica o ecclesiastica, compreso il Vescovo di Pavia, interferisse nella sua opera o sui beni o sui benefici del monastero, quali l’esenzione dalle tasse, riconoscendo solo la diretta sovranità del Sommo Pontefice; quindi nel 972 Papa Giovanni XIII, con una bolla indirizzata alla sovrana, dichiara di accettare il patrocinio su San Salvatore. Tuttavia nella seconda metà del Duecento la dispersione dei beni ecclesiastici è un fenomeno generalizzato che interessa tutto il Nord Italia e diversi documenti testimoniano anche per San Salvatore progressive vendite di terreni e cessioni di privilegi.
Alla metà del Quattrocento il complesso è quasi interamente decaduto. Il monastero risolleva ancora una volta le proprie sorti scegliendo di aggregarsi alla Congregazione di Santa Giustina di Padova, un movimento monastico riformato sulle esigenze di vita spirituale ed economica dell’epoca. La ricostruzione della basilica e dei chiostri attigui dura dal 1453 al 1467. Negli decenni successivi fra Quattro e Cinquecento vengono eseguiti gli affreschi e il ricchissimo apparato decorativo. È l’ennesima rinascita spirituale e materiale, quella che traccia la fisionomia architettonica e decorativa della basilica come oggi la ammiriamo.
Col passaggio dalla dominazione spagnola a quella austriaca, nel 1713, il monastero che fino all’inizio del Settecento disponeva di notevoli mezzi e indipendenza si vide cancellare privilegi e immunità, sottrarre beni mobili e immobili e dovette la sua sopravvivenza al riavvio di due cartiere ormai in disuso giocoforza poste al servizio dell’Università di Pavia per la produzione di testi per docenti e studenti su ordine dello stesso governo austriaco. L’apporto alla cultura del tempo, la pregevolezza e interesse dei testi prodotti non bastò a salvare oltre l’anno 1791 quella nuova attività che pure rappresentò uno sforzo intensissimo di adeguamento dei monaci per la propria sopravvivenza.
Nel 1797 il ministro degli affari interni della Repubblica Cisalpina decretò la soppressione del monastero e la confisca di tutti i beni da riassegnare all’Ospedale civico, occasione in cui andarono dispersi numerosi manufatti ornamenti e suppellettili del partito decorativo originario.
Il monastero è in concessione al Municipio quando nel 1859 l’autorità militare chiede di occupare “d’urgenza e temporaneamente” il complesso per alloggiarvi i Pontieri. Il monastero fu adattato a caserma e la chiesa a magazzino per il vestiario dei soldati. Il Comune poco dopo lo cedette al Governo così che la “momentanea” occupazione della basilica, che vide l’apertura di due finestroni nel transetto est ed espose al rischio di una demolizione la stessa chiesa, si protrasse fino al 1900, quando dal Ministero della Guerra fu ceduta a quello della Pubblica Istruzione su pressione (e previo risarcimento) della Società per la Conservazione dei Monumenti dell’Arte Cristiana.
Il 21 Marzo 1901, giorno di San Benedetto, si celebrò la riapertura ufficiale della chiesa al culto; mentre la dismissione dell’ex convento da parte dei militari per divenire demanio statale avvenne solo nel 1992. 

ARCHITETTURA
Nella seconda metà del Quattrocento il monastero era racchiuso da un muro su tutti i suoi lati, al quale si poteva accedere attraverso tre entrate.
Le celle per i monaci erano 35; 4 le camere riservate all’abate in carica e al suo servitore; 2 all’abate titolare; 2 stanze per il portinaio e il sarto, 2 per l’economo; 1 per il cocchiere, 8 per la foresteria e poi c’era il cuoco, il camparo che regolava i flussi dell’acqua al mulino e alle rogge, due ortolani, due garzoni; i dipendenti salariati erano due medici e un barbiere. Altre stanze erano adibite a usi vari: una libreria con archivio, due refettori, l’infermeria, una sala per studi, granaio, cantine, lavatoi, stalle, cucine. C’era anche la serra, “una cantina per le piante per l’inverno”, nel giardinetto adiacente al fianco ovest della chiesa, dove oggi c’è il chiostrino.
L’orientamento della chiesa è inconsueto, con l’abside a Sud anziché a Oriente dove nasce il sole, simbolo di Cristo, scelta dettata probabilmente dalla volontà di erigerla affacciata all’importante strada d’accesso alla città o, all’esterno, verso Novara e Vercelli.
Martino Fugazza da Pavia fu il direttore dei lavori, da considerarsi conclusi nel 1467 come risulta dall’iscrizione al portale d’accesso alla sala del Capitolo, ora ai Musei Civici.
La facciata è a salienti, tripartita per mezzo di contrafforti restremati. Il portale è rinascimentale, profilato in cotto e sovrastato da timpano; il grande oculo ha doppia orlatura in cotto. La pianta è a croce latina, la chiesa ha tre absidi, le campate della navata, quadrate, son coperte da volte a crociera costolonate. La navata centrale è affiancata da due false navate minori con sistema alternato, ad una campata nella navata centrale ne corrispondono due nelle navate laterali, più una serie di sei cappelle su ciascun fianco.
Le cappelle laterali attraggono le navatelle antistanti creando uno spazio intercomunicante e sottraendo loro la propria identità architettonica, di qui il termine “false”, effetto accresciuto dalle cancellate che separano le zone laterali dalla navata centrale. Sull’incrocio tra navata e transetto s’innesta il tiburio ottagono. La forma ottagona ricorre nell’intera progettazione: le absidi e le cappelle laterali sono semiottagone anche se quest’ultime, esternamene, sono mascherate da un muro rettilineo.

CHIOSTRO
I capitelli del chiostro sono lapidei, ad essi si contrappongono i relativi controcapitelli in cotto, purtroppo ridipinti in marrone dai militari. Le ghiere degli archi, ora decorate a girali in rosso scuro su rosso chiaro, erano in origine modellate in cotto a stampo. Le impronte ancora leggibili dei conci in chiave negli archi, corrispondono ad un concio integro e del tutto ripulito ora ai Musei Civici di Pavia e ad uno molto ridipinto del refettorio del monastero di Santa Maria Teodote: tutti raffigurano il Cristo Salvatore benedicente, con nimbo crociato e col globo nella mano sinistra fiancheggiato da una coppia di serafini. Non è un caso che alcune tipologie di sculture in cotto di San Salvatore siano riconoscibili in San Lanfranco o in Certosa o in Santa Maria Teodeote attestando la circolazione di stampi o modelli riproducibili o imitabili perché di particolare valore simbolico o estetico; l’abate di San Salvatore era padre spirituale del monastero femminile di Santa Maria Teodote, detto della Pusterla. Luca Zanachi, committente del rinnovamento protorinascimentale di San Lanfranco era fratello di Simone Zanachi, priore alla Certosa di Pavia.

DECORAZIONE
La chiesa ha conservato una veste decorativa ascrivibile per lo più a due fasi distinte: rinascimentale e settecentesca ma, mentre la decorazione settecentesca è limitata a porzioni di quadrature e volte nelle cappelle laterali, quella rinascimentale è quella fortemente connotativa. Di grande qualità e impatto visivo.
Il soggetto privilegiato è il Salvatore - nel fregio che contorna la navata, nell’intradosso dell’arco che divide la prima dalla seconda campata - poi vi è il tema dell’Ordine benedettino - la cappella a sinistra del presbiterio affrescata con le storie di san Benedetto del principio del ‘500, la prima cappella di sinistra dedicata San Maiolo opera di Bernardino Lanzani ante 1525, i santi abati col saio nero dipinti nei tondi del fregio che percorre tutta la navata.
Immediata per dei monaci colti e abituati ai testi sacri, la decriptazione dei significati del complesso decorativo per noi è un po’ più macchinosa, ci limitiamo a descriverne sommariamente gli elementi costitutivi. I pilastri sono affrescati con candelabre monocrome a figure bianche in cui si alternano animali fantastici, arabeschi, mascheroni, nastri intrecciati, simboli e figure di santi; le paraste verso il transetto sono invece policrome su fondo giallo e in cima vi sono figure accompagnate dalle relative iscrizioni. Tra gli archi che inquadrano le cappelle sono inseriti ritratti di pontefici. I tondi al di sopra dei pilastri ritraggono profili di Cesari a monocromo e forse sono a ricordare il legami che il complesso ebbe coi sovrani e infatti anche la regina Adelaide compare in due dipinti, entrambi del ‘600, quello in controfacciata e quello nel presbiterio con la scena della concessione dei privilegi al monastero. La trabeazione corre un lungo fregio con angeli cantori e musicanti in controfacciata. Nello stesso fregio è insistito il tema del trionfo di Cristo, in mandorla sui carri trionfali, del trionfo sui vizi di lussuria e avarizia contrastati dalla carità, del trionfo della Chiesa, della morte e del trionfo eucaristico. I delfini sono onnipresenti in quanto a loro volta simbolo della salvezza. Le volte delle navate sono decorate con tre diverse fasce che ospitano busti di santi. Nella cupola è dipinta la volta celeste, nelle lunette su cui essa s’imposta ci sono il Cristo Salvatore e di fronte a lui, visibile dal presbiterio, santa Giustina da Padova. Nei quattro tondi dei pennacchi della cupola e negli spicchi del presbiterio, rispettivamente, santi e profeti identificati da cartigli. Nelle vele del presbiterio i clipei coi simboli dei 4 evangelisti. Nelle lunette: i quattro dottori della Chiesa. Oltre alle già citate cappelle di San Maiolo e San Benedetto, affreschi degni di nota sono quelli della cappella a destra del presbiterio col ciclo delle storie della vita di San Martino e della quarta cappella di sinistra con le storie della vita di Sant’Antonio abate, entrambe risalenti ai primi decenni del Cinquecento.

 

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